Azione di disconoscimento di paternità

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L’azione di disconoscimento della paternità

L’azione di disconoscimento di paternità è finalizzata all’accertamento negativo dello stato di legittimità di un figlio. Con tale azione, quindi, il presunto padre o la madre o il figlio stesso maggiorenne, si rivolgono all’Autorità competente per far accertare che il soggetto che risulta esser stato registrato come proprio figlio, in realtà non lo è dal punto di vista biologico. Pertanto, il disconoscimento della paternità serve a far accertare e dichiarare che il marito non è il padre del figlio nato in matrimonio. Infatti, il figlio si presume concepito durante il matrimonio, risultando in tal modo legittimo, il figlio nato quando sono decorsi 180 giorni dalla celebrazione del matrimonio e non sono ancora decorsi 300 giorni dall’annullamento, dallo scioglimento o dalla cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Il codice civile all’art. 235 c.c., statuisce che l’azione di disconoscimento di paternità del figlio concepito durante il matrimonio è ammessa solo nelle seguenti specifiche ipotesi:

1)      i coniugi non hanno coabitato nel periodo compreso tra il 180° giorno ed il 300° giorno antecedente il parto;

2)      il marito nel detto periodo risulti essere stato affetto da impotenza anche soltanto di generare;

3)      sia dimostrato che la moglie abbia nel citato periodo commesso adulterio o abbia tenuto celato al marito la propria gravidanza e la nascita del figlio.

Tale azione può essere proposta in alcuni momenti ben precisi e differenti a seconda di chi la promuove altrimenti si decade dal diritto di esercitare l’azione:

  • per la madre: sei mesi decorrenti dal parto;
  • per il marito: un anno decorrenti dal giorno della nascita, se egli si trovava nel luogo dove è nato il figlio; o dal suo ritorno nel luogo dove è nato il figlio o se era lontano nella residenza famigliare; comunque, e se fornisce opportuna prova di non aver avuto conoscenza, dal giorno in cui ha avuto notizia della nascita.

La Suprema Corte di Cassazione precisa in merito alla decorrenza del termine di decadenza di un anno, che detto termine va correlato non al concepimento del figlio ma alla conoscenza dell’adulterio, inteso come relazione a sfondo sessuale e non sentimentale o di mera frequentazione, idonea a determinare il concepimento del figlio che si intende disconoscere (fra tante: Cass. n° 6477/2003; Cass. n° 4090/2005 e Cass. n° 15777/2010).  Va da sé che alla conoscenza certa è equiparabile, ai fini dell’ammissibilità della prova genetica, anche il “fondato sospetto” posto che, la prova certa si può ottenere solo tramite le indagini genetiche o ematiche.                           Pertanto, la prova “ematica” è ammissibile a prescindere dalla previa prova dell’adulterio poiché una contraria interpretazione violerebbe i principi del libero accesso alla prova.

  • per il figlio: un anno dal compimento della maggiore età o dal momento in cui è venuto a conoscenza di circostanze che rendono ammissibile l’azione.

Il Tribunale Competente

L’azione di disconoscimento di paternità si propone davanti al Tribunale Ordinario Civile del luogo in cui risiedono i convenuti. Non è mai competente il Tribunale per i minorenni anche se il figlio che si intende disconoscere è minore di età.

Sono parti necessarie del giudizio il presunto padre, la madre ed il figlio; se quest’ultimo è minorenne l’azione deve essere proposta nei confronti di un curatore speciale nominato dal Giudice, su richiesta della parte che intende promuovere il giudizio.

Se l’azione è promossa dal marito che sostiene che il figlio è nato da un rapporto adulterino della moglie, è ammesso a provare l’esistenza di caratteristiche genetiche incompatibili tra sé e il figlio, mediante consulenza tecnica da affidarsi ad un medico specializzato. Non è più necessario provare la commissione dell’adulterio prima dell’effettuazione della consulenza tecnica d’ufficio.

Tale azione di disconoscimento di paternità non può essere proposta personalmente dalle parti, ma sempre con l’ausilio di un avvocato.

I legittimati passivi

L’azione di disconoscimento può essere esercitata dal presunto padre, dalla madre e dal figlio divenuto maggiorenne.

Può essere tale azione essere esercitata da un curatore speciale nominato dal Giudice competente per l’azione su istanza del figlio che ha compiuto i 16 anni o del pubblico ministero se di età inferiore.

Nel caso uno dei legittimati a promuovere l’azione muore prima di averla proposta, questa può essere esercitata dai discendenti o dagli ascendenti nel caso di morte del presunto padre o della madre; dal coniuge o dai discendenti nel caso di morte del figlio.

 L’azione di disconoscimento di paternità ed il padre naturale

L’azione di disconoscimento di paternità non può essere esercitata dal padre naturale, ma si ribadisce, dal presunto padre, della madre o dal figlio. Il padre naturale può però, nel caso di figlio minorenne, richiedere al Pubblico Ministero che si attivi chiedendo al Giudice la nomina di un curatore speciale per il minore, dando prova della sua paternità. Normalmente si allegano le prove della compatibilità genetica con il figlio di cui si vuole ottenere il disconoscimento di paternità.

Le prove genetiche

In tema di prove per l’esercizio dell’azione di disconoscimento di paternità, la Corte Costituzionale prima (Sentenza n° 266/2006 ha dichiarato parzialmente illegittimo l’art. 235 1° comma numero 3 c.c.) e la Corte di Cassazione poi (Sentenza n° 8356/2007), hanno ampliato l’ambito d’applicazione della prova genetica ed ematologica ammettendola anche quando non sia fornita la prova preventiva dell’adulterio.

La Corte Costituzionale (sentenza n. 266/2006) ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 235, comma 1, n. 3 c.c. nella parte in cui, ai fini dell’azione di disconoscimento della paternità, subordinava l’esame delle prove tecniche, da cui risulta che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre, alla previa dimostrazione dell’adulterio della moglie.

La Corte di Cassazione (sentenza n° 8356/2007) ha recepito il citato principio affermando che: “In tema di disconoscimento della paternità, a seguito della dichiarazione di parziale illegittimità costituzionale dell’art. 235, 1° co., n. 3 c.c. (Cost. 6 luglio 2006 n. 266) è possibile dare ingresso alle prove genetiche e a quelle ematologiche, rivolte ad acclarare che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre, indipendentemente dalla previa dimostrazione dell’adulterio della moglie”.

Azione di disconoscimento paternità:indagine genetica

L’indagine genetica costituisce la prova regina dell’accertamento della compatibilità biologica tra il presunto padre ed il figlio. Invero, la Suprema Corte di Cassazione ha chiarito (sent. n° 15777/2010) che la prova tecnica è sempre possibile anche per dimostrare l’adulterio, ma ciò non incide comunque sul decorso del termine di un anno, che ha inizio dalla conoscenza del fatto adulterio e dal momento in cui il marito ne sia venuto a conoscenza quale che sia la fonte del convincimento.

L’esercizio dell’azione di disconoscimento

L’azione di disconoscimento di paternità si propone con atto di citazione. Se proposta dal presunto padre, i litisconsorti necessari sono la madre ed il presunto figlio. In caso di figlio minorenne sarà prima necessario richiedere al Tribunale (e non al Giudice Tutelare) la nomina di un curatore speciale (l’istanza può essere formulata prima della notifica dell’atto di citazione o, successivamente, alla prima udienza, disponendo in tale sede il Giudice l’integrazione del contraddittorio).

La consulenza tecnica di ufficio 

Nell’atto citatorio, il proponente, presenterà istanza di nomina di CTU che verrà incaricato di eseguire o di monitorare l’esecuzione delle indagini di compatibilità genetica (che consistono in un semplice prelievo ematico).

L’espletamento della prova genetica (ammessa dal Giudice) è incoercibile, anche perché il prelievo obbligatorio sarebbe incompatibile con il principio costituzionale della libertà della persona a non subire trattamenti sanitari (art. 32 della Cost.), ma in tale caso il Giudice dovrà comunque trarre dal rifiuto elementi utili al suo convincimento.

E’ doveroso sottolineare che non sempre la prova genetica è necessaria per l’accertamento dell’esclusione della paternità biologica. In alcuni casi è sufficiente acquisire la cartella clinica del parto dalla quale risulta il gruppo sanguigno della madre e del presunto figlio e confrontarla con quella del presunto padre al fine di verificare la compatibilità sanguigna.

I termini nuovi per il disconoscimento di un figlio

Infine, bisogna ricordare che la formulazione dell’’articolo 244 del Codice Civile – secondo quanto disposto dal decreto legislativo approvato dal Consiglio dei Ministri in data 12 luglio 2013 – prevede che l’azione di disconoscimento intentata dal padre non possa, comunque, essere proposta trascorsi cinque anni dal giorno della nascita. I nuovi termini per proporre l’azione di disconoscimento di paternità (previsti dal quarto comma dell’articolo 244 del codice civile), decorrono dal giorno dell’entrata in vigore del decreto legislativo.

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