DIRITTO DI FAMIGLIA

IL DIRITTO DI FAMIGLIA è quel settore del diritto privato che disciplina i rapporti familiari nel loro significato più ampia, trattando questioni attinenti ai rapporti di coniugio, di filiazione, di adozione e ancora di parentela e affinità.

Separazione e Divorzio

Questa particolare branca del diritto, si interessa anche della famiglia in senso stretto, intesa come nucleo familiare, composto dai coniugi e dai loro figli, stabilendo quali sono i reciproci diritti e doveri tra i membri della famiglia e disciplina i rapporti familiari nel momento della SEPARAZIONE e del DIVORZIO.

In questa fase ove ciascun coniuge, almeno nella maggior parte dei casi, non riesce a mantenersi sereno, si inserisce (o si può inserire) l’avvocato, che ha il compito di illustrare chiaramente al cliente, in procinto di separarsi, quali diritti e doveri egli abbia nei confronti dell’altro coniuge e dei figli, e di assisterlo sia nella fase pre-giudiziale che in quella giudiziale. La crisi della coppia non sempre finisce in una separazione giudiziale, in quanto è possibile con l’aiuto e l’assistenza tecnica di un legale, concordare le condizioni della separazione consensuale, dall’affidamento dei figli dell’assegno per il mantenimento (del coniuge e dei figli); in questo modo evitano le lungaggini di un giudizio lungo e arrivano in tempi brevi alla separazione.

Dopo la separazione i coniugi possono chiedere il divorzio e, ricorrendone le condizioni, l’annullamento del matrimonio davanti alla giurisdizione ecclesiastica (Sacra Rota).

1) Separazione personale dei coniugi

La separazione personale  ha come conseguenza la sospensione dei doveri reciproci dei coniugi (quali ad es: il dovere di coabitazione, il dovere di fedeltà e di collaborazione), eccezion fatta per quelli di assistenza e di reciproco rispetto che permangono tra i coniugi nonostante l’intervenuta separazione.

La separazione personale, pertanto, determina, la cessazione della convivenza dei coniugi; a tal proposito bisogna sottolineare che la semplice ripresa della convivenza, fa cessare gli effetti della separazione: infatti,  la riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione personale già proposta, e ciò è possibile in quanto la separazione, al contrario del divorzio, non produce effetti definitivi e quindi non preclude ai coniugi la possibilità di ricostituire il nucleo familiare.

La separazione può essere giudiziale o consensuale, a seconda che sia dichiarata con sentenza dal Giudice o sia oggetto di accordo dei coniugi omologato dal Tribunale.

2) Separazione giudiziale

La separazione giudiziale trova la sua causa nell’intollerabilità della convivenza.

Invero, l’intollerabilità della convivenza può derivare dalla grave e persistente violazione dei doveri nascenti dal matrimonio, per cui assumono rilevanza comportamenti contrari al dovere di fedeltà o comportamenti lesivi della dignità del coniuge o dell’onore o dell’integrità psico-fisica; tali comportamenti legittimano la richiesta di separazione, dal momento che il matrimonio impone a ciascun coniuge di rispettare la personalità dell’altro.

Da un punto di vista processuale, la separazione giudiziale introduce un procedimento contenzioso, più complesso e articolato rispetto al procedimento, più snello e veloce, della separazione consensuale.

3) Separazione consensuale

La separazione consensuale è l’effetto di un accordo tra i coniugi che viene successivamente omologato dal Tribunale in composizione collegiale. Anche per la separazione consensuale la causa del separarsi trova la causa giustificatrice nell’intollerabilità della convivenza, però tale elemento non costituisce in questa sede un necessario presupposto, mentre ciò che rileva è la volontà dei coniugi di sciogliere il vincolo matrimoniale, ponendo essi stessi le condizioni della propria separazione.

Infatti, i coniugi, nell’atto di separazione consensuale dettano disposizioni sia per ciò che attiene agli aspetti patrimoniali, quali l’ assegno di mantenimento, il diritto di abitazione nella casa coniugale e sia l’affidamento dei figli minori, se vi sono.

Pertanto, nella separazione consensuale, il legislatore attribuisce al Giudicante in sede di omologazione il potere di controllare e verificare la rispondenza delle disposizioni, contenute nell’atto di separazione, all’interesse dei figli minori; qualora il Giudicante ravvisasse una lesione di tale interesse, invita i coniugi ad apportare le modifiche ed in caso di soluzione inidonea, il Giudicante può rifiutare l’omologazione.

Pertanto, per evitare errori o omissioni che potrebbero indurre il Giudicante a rifiutare l’omologazione dell’atto di separazione, si consiglia di richiedere una consulenza ad avvocati, che nella stesura del ricorso possano dare ai coniugi consigli adeguati ed un supporto tecnico qualificato.

Lo Studio Legale dell’Avvocato Marchese offre assistenza e Consulenza Legale in caso di separazione dei coniugi.

 

Il Divorzio

Il matrimonio si scioglie o con la morte di uno dei coniugi o con il divorzio.

Nell’esperienza comune, si tende a credere che il divorzio possa essere richiesto soltanto nel caso in cui sia decorso dalla pronuncia della separzione il periodo di tempo previsto dalla legge. In realtà, la citata legge prevede una serie d’ipotesi che al loro verificarsi, uno dei coniugi può domandare direttamente il divorzio:

  • Quando, siano trascorsi tre anni di separazione personale, giudiziale o consensuale;
  • Quando, ci sia stata condanna dell’altro coniuge, anche per fatti commessi precedentemente al matrimonio, all’ergastolo o alla reclusione superiore ai quindici anni o per determinati gravi reati (es: tentato omicidio a danno del coniuge o di un figlio);
  • quando, il matrimonio non è stato consumato;
  • quando, l’altro coniuge straniero abbia ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglimento del matrimonio o abbia contratto all’estero nuovo matrimonio;
  • è passata in giudicato la sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso a norma della legge 14 aprile 1982, n. 164.

In dette ipotesi, può essere chiesto anche lo scioglimento del matrimonio cattolico (ed in tal caso si parla di cessazione degli effetti civili del matrimonio).

Nella prima ipotesi, che è quella che ricorre più frequentemente, i coniugi possono chiedere il divorzio dopo che siano trascorsi tre anni di ininterrotta dalla separazione; il triennio decorre dalla comparizione dei coniugi davanti al Presidente del Tribunale, ossia dalla prima udienza, e non dalla sentenza di separazione o dall’omologa delle condizioni di separazione consensuale, che intervengono necessariamente in un momento successivo.

Come già evidenziato, la legge istitutiva del divorzio ha introdotto una disciplina organica e articolata volta a regolamentare alcuni aspetti sostanziali che sopravvivono o possono sopravvivere alla cessazione del vincolo, come ad es: il diritto del coniuge economicamente più “debole” ad esigere un assegno di mantenimento dall’altro coniuge, per sé e per gli eventuali figli minori; il diritto dell’ex coniuge, già titolare di un assegno di divorzio, a percepire la pensione di reversibilità – o una quota di essa – e altri emolumenti, quali l’indennità di fine rapporto.

Infatti, con diversi pronunciati la Corte di Cassazione (tra tutte: Cass. Civ. Sez. I° 10/01/2005 n. 285), ha sancito il diritto dell’ex coniuge a percepire, in caso di divorzio, una percentuale del Tfr spettante all’altro coniuge, e questo anche nell’ipotesi in cui l’ex coniuge abbia contratto un nuovo matrimonio: in questo caso, il Tfr si dividerà tra coniuge divorziato e coniuge superstite, in base alla durata del rispettivo rapporto matrimoniale, con alcuni correttivi, riferibili ad altri fattori come l’ammontare dell’assegno goduto dal coniuge divorziato prima del decesso dell’ex coniuge, le condizioni dei soggetti coinvolti o l’eventuale esistenza di un periodo di convivenza prematrimoniale del secondo coniuge.

Inoltre, il coniuge divorziato, purchè titolare di assegno di divorzio, avrà diritto anche ad una quota della pensione di reversibilità, eventualmente goduta dall’ex coniuge deceduto.

Importante sottolineare che è possibile per i coniugi separati presentare domanda congiunta di divorzio, che da luogo ad un procedimento in camera di consiglio molto rapido, senza alcuna istruttoria, che solitamente si risolve in un’unica udienza.

Lo Studio Legale Marchese mette a disposizione la propria esperienza per la Tutela Legale dei minori nella delicata fase del loro affidamento ai genitori durante la separazione e il divorzio.

 

L’affido Condiviso

La legge n° 54 del 2006, ha introdotto concetti come la bigenitorialità, la condivisione, la corresponsabilità, la codecisione che hanno cambiato la dinamica dei rapporti familiari post-separazione, ponendo al centro l’interesse dei figli, i quali hanno il diritto di continuare ad avere un rapporto continuativo ed equilibrato con entrambi i genitori anche dopo lo scioglimento della propria famiglia; di conseguenza ciascun coniuge deve accettare di confrontarsi e di dialogare con l’altro, nell’intento comune di crescere ed educare i figli, superando rancori e incomprensioni che non devono interferire sul corretto svolgimento delle relazioni figli-genitori.

Pertanto, ciascun genitore deve continuare ad occuparsi dei figli e deve essere per essi un punto di riferimento costante: in quest’ottica i due genitori, se da una parte hanno il dovere di collaborare nel prendere insieme le decisioni più importanti e significative per la prole, dall’altra hanno, ciascuno, il diritto di crearsi degli spazi autonomi, nell’ambito dei quali costruire un nuovo rapporto con i figli, senza alcuna interferenza o ingerenza da parte dell’ex coniuge.

La legge sull’affidamento condiviso sembra, pertanto, aver operato una rivoluzione nella disciplina delle separazioni e divorzi, però per essere operativa essa dovrà trovare concreta applicazione, senza compromessi.

In tal senso deve essere orientata l’attività di tutti gli operatori del diritto, dai magistrati agli avvocati; i magistrati, in particolare, hanno il compito, non sempre facile, di intervenire in una situazione familiare già compromessa, con provvedimenti che prevengono i momenti di scontro tra gli ex coniugi.

 

 

L’azione per il riconoscimento di paternità o maternità.

La paternità o la maternità naturale, possono essere giudizialmente dichiarate e la sua prova può essere data con ogni mezzo.

Nel nostro ordinamento, quindi, chi è nato fuori dal matrimonio e non è stato riconosciuto alla nascita da uno dei genitori naturali, può promuovere un’azione davanti al Tribunale per ottenere una sentenza dichiarativa della filiazione, (art. 277 c.c. produce gli effetti del riconoscimento).

La competenza è diversa a seconda che il figlio naturale sia maggiore o minore di età: nel primo caso l’azione per la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità si promuove davanti al Tribunale ordinario, mentre nel secondo la competenza spetta al Tribunale dei minori.

In tale ultimo caso, la legittimazione ad agire (l’art. 273 c.c ) viene riconosciuta alla persona che esercita la potestà sul minore, che può essere la madre (o il padre) o il tutore: quest’ultimo però ha l’obbligo di chiedere l’autorizzazione al Giudice tutelare prima di agire in giudizio.

Inoltre, l’azione è subordinata al consenso del figlio minore se questi ha compiuto i sedici anni di età.

Tale azione è imprescrittibile e questo significa che può essere promossa in qualunque momento.

Lo Studio Legale Marchese offre consulenza ed assistenza per promuovere azioni legali per il riconoscimento giudiziale di paternità o maternità davanti ai competenti organi giudiziari (Tribunale Ordinario, Tribunale dei Minori).